In quella situazione, nel maggio 1983, avvenne in Valtellina un doloroso evento naturale,
quella "frana di Tresenda", che vide la devastazione della pendice montana terrazzata a vigneto,
con vittime nell’abitato sottostante. La vicenda suscitó (non solo in Valtellina) una grande
emozione per le vittime che aveva provocato e lanciò un campanello d’allarme sullo stato del
territorio dell’intera Provincia di Sondrio. La storia di ciò che avvenne quattro anni dopo,
nel 1987, indica quanto serio fosse quell’allarme.
I piani d’intervento per la ricostruzione di Tresenda e per la messa in sicurezza dei terrazzamenti
sovrastanti furono redatti dalla Regione, la quale avocò a sè anche tutte le operazioni
progettuali ed amministrative. Era così evidente che le piccole imprese non avrebbero in nessun modo potuto
aspirare ad ottenere direttamente l’affidamento di quelle opere. Tuttavia nessuno nascondeva
l’intima speranza che il lavoro venisse frazionato in lotti e che alcuni di questi potessero essere
alla portata di imprese minori.
Da parte degli amministratori regionali, del resto, non veniva negata la possibilità di affidare
alle imprese locali gli interventi di ricostruzione e di sistemazione ambientale.
Questo soprattutto se si fosse costituita tra le imprese una qualche forma di raggruppamento, che avrebbe
potuto offrire agli appaltanti, agli amministratori locali e alla cittadinanza sufficienti garanzie di
capacità organizzativa, di dotazione di mezzi adeguata e di serietà nell’esecuzione
delle opere: tutti requisiti che agli imprenditori valtellinesi non mancavano.
Naturalmente, anche se non ve n’era bisogno, questa circostanza venne interpretata, particolarmente
da chi stava lavorando per la costituzione di un consorzio, come il segnale che era ora di rompere ogni
indugio e di passare ai fatti concreti. Le riunioni si intensificarono e divennero sempre più concrete.
Le due anime presenti nel gruppo dei promotori, quella artigiana e quella industriale, facevano ogni sforzo
per superare antiche rivalità.