Nella seconda metà degli anni sessanta, la Camera di Commercio di Sondrio, da poco rinnovata negli
amministratori e nel modo di interpretare il proprio ruolo nel contesto economico provinciale,
aveva dato inizio ad una nuova stagione di interventi per il sostegno e lo sviluppo delle attività
produttive valtellinesi. Tra le varie iniziative, aveva promosso la partecipazione di aziende artigiane e
piccolo-industriali a mostre e fiere in Italia e all’estero, sia per far conoscere i prodotti locali,
sia per portare gli imprenditori a contatto con altre realtà per un confronto che sarebbe stato
senz’altro proficuo.
Gli operatori si resero subito conto che, nella realtà imprenditoriale valtellinese, a fronte di
una qualità di prodotti sufficientemente buona, esisteva una debolezza strutturale delle imprese,
le quali, in prevalenza, avevano una conduzione familiare e dimensioni minime: in genere vi lavorava
il titolare, spesso coadiuvato da un figlio, con non più di uno o due dipendenti.
Non erano certo dimensioni e forme di organizzazione produttiva che permettevano di affrontare con serietà
i mercati extraprovinciali, nei quali, dopo aver fatto conoscere i prodotti, era necessario saper prendere
ordini consistenti ed evaderli nei tempi convenuti.
Da questa presa di coscienza scaturì negli amministratori camerali, pienamente sostenuti in ciò dalle associazioni
di categoria (soprattutto quella artigiana), la convinzione che, per superare questo ostacolo, non potendo
pretendere in poco tempo una adeguata espansione dimensionale delle singole aziende, era opportuno fare leva
sullo strumento dell’associazionismo tra imprese.
I "Consorzi" si dimostrarono la forma più adatta allo scopo e al tempo stesso più gradita agli
imprenditori, perchè: da una parte consentivano di lasciare inalterata la dimensione e la forma di
conduzione delle singole imprese, e dall’altra permettevano loro di affrontare maggiori e più
qualificati impegni produttivi e commerciali.